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truffa su WhatsApp

Occhio alla truffa su WhatsApp: milioni i dati rubati in Italia

Durante la scorsa settimana sono state diffuse due truffe in Italia per mezzo di WhatsApp pianificate per sfruttare le debolezze del pubblico di massa. La prima, una tradizionale vendita di iPhone 6S “invendibili” attraverso il sito “Avazon”, la seconda una (falsa) promozione della catena d’abbigliamento Zara che avrebbe offerto un coupon del valore di 150€ in cambio del completamento di un sondaggio. In quest’ultimo caso i cyber-criminali puntano alla raccolta dei dati e alla sottoscrizione di abbonamenti a pagamento non richiesti.

A parlarne è stata la pagina Facebook Una vita da social, iniziativa lanciata dalla Polizia di Stato nel 2014 e indirizzata soprattutto ad un pubblico giovane e meno accorto nell’uso degli strumenti del web e di internet. La pagina spiega le dinamiche della frode. Per ricevere il coupon l’utente deve rispondere ad alcune domande: “Sei cliente Zara?”, “Con che frequenza acquisti?”, “A che distanza abiti dal negozio?”. Domande che “potrebbero avere un senso”, come scrive la Polizia di Stato.

Organizzare sondaggi per raccogliere i pareri della clientela fa infatti parte del modus operandi delle più grosse aziende e delle multinazionali, ed è per questo che parecchi utenti sono cascati nel tranello ordito dai malfattori, veri e propri fantasmi secondo le Autorità. Per diffondere la frode si è pensato ad un sistema a catena di Sant’Antonio: per ottenere il “tesoretto”, infatti, è necessario condividere il sondaggio con dieci contatti, e poi con altri dieci contatti ancora.

Concluse le operazioni l’utente viene informato dell’esaurimento dei coupon e condotto su una pagina di un sito che propone la sottoscrizione di servizi a pagamento, che possono essere attivati anche a totale insaputa dell’utente. I messaggi inviati nel sondaggio rimbalzano da server sparsi per mezza Europa, con i malfattori dietro la truffa che al momento non sono stati identificati. I dati sensibili carpiti sono però “letteralmente milioni”, secondo la pagina.

È scesa in campo sulla questione anche la Associazione dei Content Service Providers (AssoCSP), che condanna fortemente le pratiche scorrette nei confronti del consumatore per l’abbonamento a servizi a valore aggiunto. Di seguito riportiamo il comunicato rilasciato da Raffaele Rossetti, Presidente dell’Associazione:

“Non siamo certo di fronte al primo caso di comunicazione ingannevole veicolata su web, instant messaging o social network che, catturata l’attenzione dell’ignaro utente, propone poi una pagina di sottoscrizione di servizi in abbonamento con addebito sul proprio conto telefonico. Fortunatamente, il flusso introdotto ad ottobre 2015, che prevede un doppio click di conferma in due diversi momenti da parte dell’utente per sottoscrivere un servizio, ha impedito il dilagare del fenomeno, limitandone fortemente l’impatto negativo. Ciononostante l’Associazione dei Content Service Providers si dissocia e condanna fortemente queste pratiche scorrette nei confronti dei consumatori, avendo tra i suoi obiettivi quello di incentivare un utilizzo sicuro e consapevole dei servizi a valore aggiunto. Tutti gli Associati si impegnano costantemente a favorire la piena trasparenza delle campagne promozionali e dei flussi di comunicazione nei confronti degli utenti, fornendo informazioni chiare riguardanti il provider, i contenuti del servizio, i prezzi degli abbonamenti, l’addebito su conto telefonico e le modalità di attivazione/disattivazione. Auspichiamo che tutti i soggetti della filiera di questo mercato si adeguino e svolgano la propria attività nel rispetto di tali regole verso i consumatori e proseguiremo con tutti gli accertamenti per far sì che queste promozioni ingannevoli non vengano più tollerate”.

In conclusione non possiamo che condividere il consiglio lanciato dalla Polizia di Stato, per quanto banale e scontato: NON cliccate, NON condividete.

 

fonte: http://www.hwupgrade.it/